Pianto per Turi, il picciotto che volle farsi boss

Al destino bisogna credere, sempre. Ed era destino che Turi trovasse se stesso dove nessuno dei suoi amici, la mia comitiva di amici, poteva mai raggiungerlo. Era come me, come quelli come me; ed era come noi e forse tra i più sfrontati, questo era. Era compare al dio Pan, se solo il dio Pan avesse avuto compari. E il destino – un fato tutto suo – se lo portò via. La prima cosa che vidi, fu il giornale. Una copia della Sicilia, il quotidiano di Catania, squadernata sul sedile posteriore della Fiat Ritmo verde scuro abbandonata al km 12 della strada provinciale che da Viagrande porta a Fleri.
Immagine di Pianto per Turi, il picciotto che volle farsi boss
Al destino bisogna credere, sempre. Ed era destino che Turi trovasse se stesso dove nessuno dei suoi amici, la mia comitiva di amici, poteva mai raggiungerlo.
Era come me, come quelli come me; ed era come noi e forse tra i più sfrontati, questo era. Era compare al dio Pan, se solo il dio Pan avesse avuto compari.
E il destino – un fato tutto suo – se lo portò via.
La prima cosa che vidi, fu il giornale.
Una copia della Sicilia, il quotidiano di Catania, squadernata sul sedile posteriore della Fiat Ritmo verde scuro abbandonata al km 12 della strada provinciale che da Viagrande porta a Fleri.
Fu sotto un castagno che vidi ciò che mai saprò dimenticare.
Quell’albero – ricordo ancora la mia prima impressione – era grande e largo ma basso: quasi un immenso cespuglio buono per infrattarsi.
Il castagno aveva già seminato tutte le bucce intorno al tronco. E da ogni parte era fango e terra gonfia di pioggia.
Camminai cauto, ma ebbi subito le scarpe cariche di foglie e scorze di castagne.
E quel limo di cenere che è proprio del vulcano.
La prima cosa che vidi fu dunque quel giornale, e per l’esattezza la pagina di cronaca sportiva, poggiata sul pianale del lunotto, con sopra tutta una cosa bagnata e molle.
Non perciò il sangue.
Quello era già colato a fontana lungo lo schienale del sedile anteriore destro. E dal poggiatesta ormai incrostato.
E fu solo in un secondo tempo che mi resi conto di vedere Turi fatto morto.
Abbandonato in quella macchina con il quadro elettrico ancora acceso.
Il lampeggiante della polizia, un flash a intermittenza sulla scena del crimine, svelava – ora sì, ora no – lo sbrego che la pallottola gli aveva fatto in testa a Turi.
“Un lavoro fatto bene”, disse Jano, scattando un rullino di pellicola.
“Proprio bene, certo”, confermò il commissario Marco Catana, atterrito ma attento che non facessi danno trovandomi lì dove di certo non sarei dovuto essere. E non solo per non dare intralcio al suo ispettore, armato di macchina fotografica per eseguire la raffica di istantanee.
“Un colpo a volo d’angelo”, decretò ancora una volta Jano Scuderi, l’ispettore cui l’istinto aveva fatto capire, una volta per tutte, che la situazione doveva prenderla in mano lui, visto che il commissario, visibilmente provato – peggio di me, che non ho manco il suo mestiere – balbettava quasi per inerzia:
“Chiamate la scie-scie-scientifica”.
In quel mentre tutti – Jano, gli autisti, io e Marco – ci staccammo dalla scena. Il morto continuò a fare il morto, e ognuno si trovò un posto.
E Marco, appunto, si buttò sul sedile della sua Alfetta e si fece un pianto.
Gli avevano sparato dall’alto.
Il solito colpo di pistola con il polso piegato in giù.
Dalla testa fino all’anca destra. Il proiettile era rimasto incastrato nell’osso.
Manco il fastidio di bucare il velluto.
Io, lì, non sono un poliziotto.
Sono solo un amico.
Amico di tutt’e due: del commissario e del morto, Turi.
E la prima cosa vista, tutta bagnata e molle, era una polpetta tremula; anzi, uno sformato.
E fu una fortuna che fosse inverno, e pungente di freddo. Altrimenti, quella pappa l’avremmo trovata coperta di mosche anziché del significato in sé, della scena in sé, come a volerci raccontare il cosa e il come.
Fu che mentre uno freddava Turi, un altro parava il “sacco”, ossia il giornale, per raccogliere il cervello dalla calotta cranica massacrata dal colpo sparato a bruciapelo.
E chissà quanto sangue gli spruzzò addosso; chissà che maschera di sangue dovettero ricavare i killer da un colpo così ravvicinato.
“’A doccia si saranno fatti”, commentò Jano mentre già scendevano dalle auto i suoi colleghi della scientifica.
“Una doccia calda”, rispose il dottor Rubino, capo della scientifica. “Se ne saranno andati via come zombie, come vampiri”, completò di dire, senza preoccuparsi di Marco, pallido e freddo di febbre al volante della sua macchina.
“Lui chi è?” domandò Rubino chiedendo di me a Jano.
“Un amico del commissario. Erano insieme quando ho chiamato Catana. Ho appena provveduto a far arrivare una volante per accompagnarlo”.
“Fate accompagnare anche il commissario, non mi pare che si senta bene”.
“Il commissario…” fece per rispondere Jano, che avrebbe voluto dire “il commissario oggi era in permesso, l’ho chiamato io, era a Fleri ed è venuto di corsa, in compagnia del suo amico…”.
Ma Jano venne bloccato da Marco che, riemerso dalla sua auto, prese in pugno la situazione:
“Non ti preoccupare, Rubino: è passato tutto, ho solo avuto un mancamento.”
“Eppure ne hai viste di cose, perfino peggiori,” commentò non senza malizia il capo della scientifica.
“Siamo cresciuti insieme io e Turi. E non c’eravamo mai persi di vista. Anche quando le nostre strade sono cambiate. Ciascuno col proprio ruolo, certo. Io con la pistola e lui pure. Io lo tenevo d’occhio. Ma purtroppo, come puoi verificare adesso, l’ho perso di vista…”.
Marco non era riuscito ad arrestarlo e Turi, dunque, era stato ucciso. Questo fu il fatto.
Quindi Marco si avvicinò a me e mi accompagnò all’auto che mi avrebbe portato a Catania, in albergo. Ci abbracciammo forte; e il pianto violento, seduto accanto all’agente che mi portò via da lì, me lo feci io. Con quella prima cosa vista, il giornale, appiccicata nella mente. Ancora adesso.
L’ultima volta che avevo visto Turi era stata a Letojanni.
Me ne stavo lì, in villeggiatura, e sentii una voce allegra chiamarmi.
Io mi aggiravo per le scale e gli anfratti di un centro residenziale costruito sulla collina antistante al ponte dell’autostrada Messina-Catania.
Era tutto un groviglio di case, aiuole e superfetazioni che culminavano in un albergo, l’Antares. E, in un terrazzo, individuai la voce.
Era Turi. E fu grande la sorpresa, perché io lo sapevo, e lo sapevano tutti gli amici, Marco più di tutti: Turi era latitante.
Più che scappare dalla polizia, però – e da Marco, dunque – scappava dai suoi.
“Che fai qui?” gli chiesi.
“Mi faccio qualche giorno”, rispose. Non era, certo, abbronzato. Era tutto sorriso. E capii. Meglio: ebbi conferma.
Dopo di che, Turi non si fece nessun giorno. Dopo solo cinque minuti, infatti, non c’era più. Tornando dalla spiaggia, ebbi difficoltà a individuare perfino il terrazzo. Eppure era stato lui a chiamarmi. Ma adesso era scomparso.
Turi era diventato mafioso. Questo è il fatto.
E nessuno di noi, tutti noi amici, ne ebbe sentore quando tutto cominciò con Turi che se n’era andato a Milano, aveva trovato la sua strada, era diventato bravo nel mestiere suo di manager degli anni Ottanta presso un’importante azienda farmaceutica quando poi, dopo un’informativa redatta dai carabinieri, relativa al quartiere, alla famiglia d’origine, convinse l’amministratore delegato, il suo principale, a licenziarlo.
Turi tornò a Catania, con uno di quegli aerei foderati di tessuti Trussardi, e se ne stette con tutti noi, nel giro degli amici, a far la solita vita nostra e però col peso, confinato nel ripostiglio più segreto delle sue amarezze, di aver perso la scommessa professionale a Milano.
Turi era speciale. Era un mostro di simpatia ed era grande e grosso, una specie di albero, per come s’era formato negli anni da ragazzo, al rugby.
Turi non sapeva stare fermo e maturava la propria inquietudine leggendo e litigando, e leggeva e litigava soprattutto con Tino, diventato nel frattempo docente all’università, cui offriva, con ogni giorno della propria dissipazione, spunti per rinnovare l’analisi del marxismo applicato; perché Turi, al contrario rispetto ai delinquenti, non era un alienato del sottosviluppo ma un guascone, un innamorato della teppa al punto di stare a guardare i suoi vecchi compagni d’infanzia – quelli del quartiere – con la passione dell’entomologo.
Li classificava. Ne faceva cataloghi su cui sghignazzava ogni sera, quando ci vedevamo, e ne elencava motti, modi, tic e debolezze. E, soprattutto, quella devastante ignoranza che faceva di tutti loro degli scimmioni.
“Sono bestie”, ci diceva Turi.
E lo raccontava con la perizia di chi mette distacco verso quella gentaglia così bisognosa, non di comprensione, ma di parole:
“E’ più facile sparare che parlare”.
Turi non si fece vedere più.
Solo dopo qualche tempo cominciò a sbucare, all’improvviso, come per stare un po’ con tutti noi quando capitava di ritrovarci insieme in un locale, in una pizzeria o a casa di qualcuno; e poi involarsi. Stava un poco di qua per poi perdersi, a lungo, di là.
Turi, tutto un sorriso, fece a fidarsi totalmente di noi.
E non c’era neppure l’imbarazzo di dover nascondere le sue improvvisate a Marco, perché lo stesso Marco, incontrandoci, già sapeva tutto:
“Avete visto Turi, vero?”.
Fu Marco a spiegarci chi fosse Turi, cosa fosse diventato.
Era quello intelligente in mezzo alle capre dei quartieri.
Era quello che li teneva al laccio, peggio dei cani d’assalto.
Era lo zio compagnone che, dopo ogni affare andato in porto – dopo ogni incasso, ogni colpo andato a segno, ogni appalto – prendeva i ragazzi del quartiere, quelli delle sue squadre, e se li portava a Roma a sparare i soldi nei negozi di via Condotti.
Solo lui s’intendeva dei migliori alberghi per prenotarne le suite – per settimane intere – dove far acquietare i bollenti spiriti dei killer in compagnia di una carrettata di giovani donne pronte a tutto. Dopo di che, se li riportava indietro, a Catania, azzimati come damerini con i completi Versace e gli occhi pesti dalle troppe nottate.
Comandava le squadre, Turi.
Erano quelle che scorrazzavano per la città a raccogliere il pizzo, a sparare e pure a uccidere. Erano bestie e lui stava con quelle belve che, a poco a poco, cominciarono a fiutare in lui la sua diversa natura, la perversione perfino, tutta da moschettiere, di un’educazione fatta di rugby, dolcezza, libri, amore, politica e figli – due, arrivati nel frattempo – e che perciò non poteva sprecare tutto un carico di vita nell’attesa di andare ad ammazzare, poi tornare, quindi scannare ancora, poi fermarsi, aspettare di consumare un caricatore addosso a un padre di famiglia colpevole di spaccarsi la schiena in un cantiere per non piegarsi alla prepotenza, mentre tutto quell’orrore non è un film ma una vita buttata, la vita che Turi aveva già buttato.
Tutte queste cose Turi le raccontò a noi e poi di nuovo, mettendo ordine sui fatti, a Tino.
Si chiusero in una casa e fecero un libro accuratamente sincero senza mai mettere – col proprio sangue – una sola parola di pentimento, piuttosto di consapevolezza.
Turi era un raccontatore. Aveva il gusto del dettaglio.
A quel tempo Giovanni Brusca non era famoso. E neppure Totò Riina era ancora un nome. Erano nomi di una Sicilia remota rispetto a noi, e Turi, lo ricordo bene, di Brusca ci disse:
“Un animale, è proprio un animale. Manco si lava. Ha le croste dietro le orecchie”.
E del Capo dei Capi, di Riina, disse:
“Quando entra in una stanza lui, si fermano pure gli orologi”.
Turi, con i suoi racconti, ci mise a parte di quel mondo e certificò davanti a tutti noi, la sua comitiva, quanto fosse diventato mafioso. E perso.
Sparì per sempre.
Il mafioso, quando muore, muore sempre sbirro – per dire che in un modo o nell’altro si pente, tradisce. Turi, invece, si preparava a morire facendo i conti con se stesso e bevendo tutto il suo destino.
Marco, più di tutti – Marco che come sbirro non si preparava certo a morire per diventare mafioso – cercò di prenderlo per non farlo precipitare nel pozzo di quella sua caduta.
E se capitava – perché capitò – di incrociarlo per strada, Turi faceva mostra di non conoscerci, non salutava; e se qualcuno gli si avvicinava, lui – freddo – tirava avanti: per non comprometterci. Per non infilarci in quel mondo orrendo.
Bruciò le foto del suo matrimonio: per non comprometterci.